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sempre allegri ragazzi, non vi manchi la lena...
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Gli indiani stavan già lì, se non ci trovava nessuno l'aveva scoperta lui ... ma c'era già gli indiani. No Mario? Come se io ora vado 'n Puglia, dico: "EH! la Puglia!" Oh Pugliesi, son dumila anni che stanno lì, lo sapranno che c'è la Puglia.



Perché è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo? […] Un proverbio ceco definisce il loro placido ozio con una metafora: essi contemplano le finestre del buon Dio. […] Nel nostro mondo, l’ozio è diventato inattività, CHE E’ TUTT’ALTRA COSA: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca.

(M. Kundera, La lentezza)




Una società in cui il lavoro delle mani e quello dell'ingegno siano onorati in ugual misura...

(G. Maria Volontè, Giordano Bruno)





Invia anche tu la lettera al Presidente Ciampi!


 

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14 ottobre 2006


Ciò che un tempo si invocava, ecco ch'oggi si rievoca . Come il sogno vago di un posto intangibile, che si sa vissuto...

... ma con gli occhi di un altro.

 




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27 settembre 2006

Ciò che unisce i credenti non è tanto la fede comune...

“Per un uomo come voi, dedito al sapere e allo studio, la religione non sarebbe stata la soluzione migliore?”
Risposi evasivamente:
“Parlar di religione in presenza di Sua Santità è come parlare di una fidanzata in presenza di suo padre”.
Clemente sorrise. Ma non desistette:
“E che direste, della fidanzata, se il padre non fosse presente?”
Decisi di non menar più il can per l’aia:
“Se il capo della Chiesa non mi sentisse, direi che la religione insegna agli uomini l’umiltà, ma non ne ha alcuna essa stessa. Direi che tutte le religioni hanno dato santi e assassini, con pari buona fede. E che nella vita di questa città vi sono anni Clementi e anni… Adriani, fra i quali la religione non permette di scegliere”.
“L’islam, invece, permette di scegliere?”
Stavo per dire “a noi”, ma mi corressi in tempo:
“Ai musulmani s’insegna che il migliore degli uomini è il più utile degli uomini, ma, ciò nonostante, può capitare che essi onorino dei bigotti più che dei veri benefattori”.
“E la verità, in tutto questo?”
“Oh, è un problema che non mi pongo più: fra la verità e la vita, ho già fatto la mia scelta”.
“Ma ci dev’essere una Fede vera!”
“Ciò che unisce i credenti non è tanto la fede comune quanto i gesti che essi compiono in comune”
“E’ dunque così?”
Il tono del Papa era insondabile. Pensava forse di rimettere in causa la missione che mi aveva appena affidato? Guicciardini lo temette e si affrettò a intervenire, con un largo sorriso:
“Leone vuol dire che la verità appartiene solo a Dio e gli uomini non possono che sfigurarla, avvilirla, assoggettarla”.
Come approvando le sue parole mormorai, abbastanza forte per essere inteso:
“Che coloro che detengono la verità la dispensino!” …

da Leone l'Africano (Amin Maalouf)




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19 agosto 2006





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17 aprile 2006





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29 marzo 2006






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23 febbraio 2006

A te, che non devi cedere

C’erano giorni in cui affidavo la mia fede ad ogni cosa vista, in cui mi soffermavo a guardare le persone, per strada, nei treni, nei grandi e piccoli spazi pubblici. Mi piaceva riconoscere in una varietà di smorfie, di gesti, di silenzi pensosi e parole vuote, l’appartenenza, un’idea di fratellanza ingenua, pura, niente ideologica. Era quello che alcuni definiscono il “sale della vita”, e che mi ha fatto vivere un’adolescenza felice, senza esasperati sbalzi di umore, niente isterica, niente indolente. Molto, molto posato per la mia età, ma con picchi di entusiasmo non più ritrovati e un intimo, fiducioso e straripante azzardo della vita. Col tempo ho perso l’abitudine a soffermarmi su certe cose. Ho conosciuto l’ansia di pensieri grigi, stanchi, inconcludenti. Ho accorciato i miei giorni. E poi il rimpianto, dei momenti perduti. Inutile, niente è più inutile e straziante del rimpianto! E ancora la malattia, la consunzione di persone vicine. E alcune notti il pensiero che la cosa più temuta da tutti potesse arrivare come una presenza dolce ed elettrizzante. E’ umiliante, per uno che si vergogna di questi pensieri. Ho temuto, per la salute compromessa della “carne della mia carne”, sarebbe stato come esser nato per nulla e smarrire ogni senso. Alla fine, scampate quelle penose ore, mi è rimasta la percezione della finitezza, forse quella che nel bene e nel male assale tutti i sopravvissuti. Ora mi ritrovo molto poco posato per la mia età. Ma voglio essere quel che sono stato. Voglio godere della fortuna di chi resta, trovare che in tutto è riposto un senso anche se a me non cambia nulla. E voglio scongiurare, amica mia, la sconfitta, quando la paura di vacillare è tanto forte da oscurare l’azzardo dei nostri occhi.   




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10 febbraio 2006

Da Arcore alle Piramidi

"Solo Napoleone aveva fatto più di me". Con questa ennesima, esaltante boutade forse il piccolo premier pensava di oscurare l'attenzione tutta rivolta alle Olimpiadi Invernali, l'unico evento di spessore internazionale, da cinque anni a questa parte, di cui l'Italia possa andar fiera ...e che LUI ha prontamente disertato, per non smentire l'encomiabile indole ad eccellere solo in mediocrità. Il piccolo imperatore dà ora chiari tutti i segni della sifilide. Per chi nutrisse ancora dubbi.
Io mi limito a ricordare il mio Totò ... ncopp' a sti ccorna fatte nu surriso, ca pure Napulione era curnuto!

P.S.: se poi il sifilitico sono io, e LUI è davvero il Bonaparte redivivo .... vi prego, trovatemi il duca di Wellington!!!




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4 febbraio 2006

In morte di un Mussolini

Romano Mussolini era un uomo, benché si stenti a riconoscere l’umanità in chi lo ha generato. Lo si ricorda come sensibile artista  (musicista e pittore), persino uno dei più apprezzabili e apprezzati autori di jazz in Italia. Non so cosa pensasse il signor Romano dei torbidi anni in cui mosse i primi passi, e che pure lo videro “coinvolto” come membro della famiglia più esposta e “responsabile” di allora (anche se, quando si parla di responsabilità, è bene dire che non sono mai univoche). Ma la macchia di Edipo non deve ricadere per forza sui figli (in alcuni casi contamina solo i nipoti…). Così il signor Romano scelse la musica, e non si è mai esposto più di tanto, a maggior ragione negli anni che preferivano chiudere i conti col passato. Eppure mi incuriosisce pensare il giovane Mussolini appassionarsi ad una musica “eretica”, venuta dall’America, e in più dal cuore nero dell’America, e proprio nei tempi della deriva xenofoba di Stato, quando, col ridicolo di cui abbondano tutte le iniziative sistematiche e inequivocabili, per sorseggiare un caffè bisognava chiedere di un “Qui si beve”. E più tardi, negli anni del mea culpa, immaginarlo mentre scambia amichevolmente due chiacchiere con Duke Ellington o prova uno swing con Lionel Hampton. Al signor Romano non si può imputare la colpa di esser nato Mussolini. Mi piace pensare che, come in un Giano Bifronte, lui fosse il volto redento del padre, le cose buone che il genitore non ha fatto. Forse solo perché non è stato un uomo di comando, ma un artista, appassionato, discreto, non ostentato (perché il passato non glielo consentiva? poco importa). Forse solo perché la sua figura fa così tanto da contraltare a quell’altra figura che dipinge Malaparte, quando dice: “Non v'è una cosa più schifosa al mondo dell’uomo nella sua gloria, della carne umana seduta in Campidoglio”. 




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20 gennaio 2006


"Mentre discorrevano di queste cose si sentivano in pace, e più quando si guardavano senza altro pensiero che di riconoscersi e di stamparsi nella mente l'uno le sembianze dell'altra. In questo momento si sentivano innocenti. Il viso, gli occhi, il sorriso, non potevano avere colpa; erano apparenze lasciate in un altro mondo e ritrovate, immagini di un'altra età; vesti terrene di una solidarietà e di una amicizia tutta fisica, e la presenza fisica incomparabilmente più fidata di ogni pensiero e di ogni sentimento, più pura"

Corrado Alvaro, L'uomo è forte
 




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13 novembre 2005


Massimo Teodori mi fa pensare a qualcosa come un Polibio dei nostri tempi. Come lo storico greco riconosceva la naturale egemonia del dominatore romano, così lui non perde occasione per ammiccare compiacente ai suoi fratelli americani, "dominatori" dell’universo. Quanto dobbiamo, noi alleati, a questo popolo, è innegabilmente tanto. E in fondo, quando parlo di fratelli non è solo per alludere ad una parentela di intesa e cultura. L’America è sangue del nostro sangue, il suo popolo è la prole dei quattro punti cardinali convolati a nozze in un sol posto (altro che meticciato!). Ma l’America è anche un mondo lontano e lontanamente separato, per quanto possiamo vedere America in ogni dove come Eraclito vedeva il fuoco in tutte le cose. E’ un microcosmo globale, come la Roma dei Cesari, e al tempo stesso una roccaforte che difende tenace la sua sacralità, come la Roma dei Papi. Almeno dai tempi di Monroe e della sua dottrina isolazionista, questo paese prospera su un saldo principio di contraddizione: fai agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Da un lato, la preoccupazione di trincerarsi dietro il faro e le insegne della libertà nazionale; dall’altro, l’ansia di proiettare cent’occhi oltre l’oceano, di esportare democrazia, di esportare America. L’America basta a se stessa, ma fuori dai suoi confini l’America non basta mai. E ancora adesso, rincorre il suo "panamericanismo" sulle sponde dell’Eufrate. A me viene in mente la parabola storica della Francia nell’età dei lumi: il fervore libertario e lo spirito d’avanguardia dei circoli letterari, l’entusiasmo rivoluzionario dei primi tempi, e poi la pretesa di seminare i nuovi ideali col randello di Robespierre e Napoleone. Quanto dobbiamo a questa Francia? Innegabilmente tanto. Ma non possiamo nascondere l’altro lato della medaglia. Lo stesso valga per i nostri parenti atlantici: dal loro cinema, dalla loro musica, dai loro autori abbiamo attinto e attingiamo emozioni, energia, passione, ma la loro storia più recente ci ha spesso piegati al ruolo di subalterni, coccolati finché abbozziamo, strigliati se alziamo la cresta. Tutti gli uomini sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
Nella nostra ampia prospettiva di non-americani, l’incondizionata frustrazione che fa sacramentare contro l’America tutta non ha sbocchi propositivi, perché cede sin dalle fondamenta. Ma altrettanto irragionevole è l’apologia tout court, senza ammissioni di cedimento; la difesa indiscriminata, anche a costo di sconfessare l’ovvio. E Massimo Teodori ha sconfessato l’ovvio, giustificando Falluja con la machiavellica asserzione che in guerra tutto è consentito e che quella barbarie in fondo non ha toccato uomini ma "tagliatori di teste". L’America fallisce il mandato di democrazia, perché il mezzo non ha nulla di legittimo in seno alle istituzioni democratiche. E se ritiene di conservare il primato di paese libero perché elargisce libertà a macchia di leopardo, rischia di cedere il posto agli innominabili tiranni del passato se non altro in onestà: ché quantomeno questi non venivano in pace con i fucili spianati.

Una cosa giusta Teodori l’ha detta, seppur col solito, irragionevole, intento apologetico: non c’è differenza tra un colpo di pistola e una manciata di fosforo bianco… Infatti questo scempio non avrebbe mai dovuto avere inizio. Posteritati




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